di Carlo Longo
Gli Usa lavorano a un cessate il fuoco di un mese con l’Iran per negoziare un accordo sul nucleare. Intanto il Pentagono prepara nuovi rinforzi in Medio Oriente
Gli Stati Uniti stanno lavorando a un piano per fermare temporaneamente le ostilità con l’Iran e aprire la strada a un accordo più ampio. Secondo indiscrezioni, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con il via libera del presidente Donald Trump, starebbero costruendo un meccanismo che prevede un cessate il fuoco della durata di un mese.
Durante questa pausa, le parti dovrebbero negoziare i dettagli di un’intesa articolata su quindici punti, ricalcando modelli già utilizzati in altri contesti di crisi in Medio Oriente, come quelli di Gaza e del Libano.
Il contenuto dell’accordo: nucleare, sanzioni e sicurezza regionale
Il piano elaborato da Washington si concentra principalmente sul programma nucleare iraniano. Tra le condizioni previste ci sarebbero lo smantellamento delle capacità nucleari esistenti, il divieto definitivo di sviluppare armi atomiche e la rimozione del materiale arricchito dal territorio iraniano.
In cambio, Teheran otterrebbe la revoca delle sanzioni economiche e il supporto per lo sviluppo di un programma nucleare civile. L’accordo includerebbe anche l’apertura stabile dello Stretto di Hormuz e un possibile ridimensionamento del programma missilistico iraniano, limitandone l’uso alla sola difesa.
Diplomazia attiva e possibili incontri a Islamabad
Il piano americano sarebbe già stato trasmesso all’Iran attraverso canali diplomatici indiretti, con il coinvolgimento di Paesi mediatori. Nelle prossime ore si lavora per organizzare un incontro tra delegazioni statunitensi e iraniane, con Islamabad come possibile sede del vertice.
La presenza di figure di alto livello, tra cui emissari della Casa Bianca e rappresentanti istituzionali iraniani, indicherebbe un tentativo concreto di avviare un dialogo diretto, nonostante le smentite ufficiali di Teheran su negoziati in corso.
Il Pentagono prepara il rafforzamento militare
Parallelamente ai tentativi diplomatici, gli Stati Uniti non allentano la pressione militare. Il Pentagono sta infatti valutando l’invio di circa 3.000 soldati in Medio Oriente, appartenenti a una divisione d’élite dell’esercito.
Questo dispiegamento, secondo fonti americane, offrirebbe a Washington maggiore flessibilità strategica, mantenendo aperte diverse opzioni operative nel caso in cui i negoziati non dovessero portare a risultati concreti.
Il conflitto continua sul campo
Mentre si discutono possibili tregue, la situazione militare resta altamente instabile. Nuovi attacchi e lanci di missili continuano a essere segnalati tra Iran e Israele, con sistemi di difesa attivati per intercettare le minacce.
Anche le infrastrutture strategiche, inclusi impianti energetici e nucleari, restano al centro delle operazioni, alimentando il rischio di un’ulteriore escalation.
Energia e mercati sotto pressione
La crisi continua ad avere effetti diretti sui mercati globali, in particolare su petrolio e gas. Il prezzo del greggio è tornato a salire, superando nuovamente soglie critiche, mentre lo Stretto di Hormuz rimane un nodo centrale per gli equilibri energetici mondiali.
Teheran ha segnalato la possibilità di consentire il passaggio alle navi considerate “non ostili”, ma la situazione resta fragile e soggetta a cambiamenti improvvisi.
Tra negoziati e tensioni, resta l’incertezza
Il quadro complessivo evidenzia una doppia dinamica: da un lato, l’intensificarsi degli sforzi diplomatici per arrivare a un accordo; dall’altro, il mantenimento di una forte pressione militare da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
La proposta di una tregua di un mese rappresenta un possibile punto di svolta, ma il successo dell’iniziativa dipenderà dalla reale disponibilità delle parti a negoziare e dalla capacità di superare diffidenze e interessi divergenti in una delle aree più instabili del mondo.
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